Behind the door

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#behindthedoor

Mi piace definirlo “fascino per la decadenza”, ma in realtà non so se è proprio di questo che si tratta.

Vedi una porta chiusa da chissà quanti anni, finestre serrate, pareti esauste. Tutto intorno il nulla, l’abbandono nella sua espressione più dura. Un mix di tristezza, solitudine, inquietudine. Ma non solo. Dietro queste porte, queste finestre, queste pareti si celano racconti, vite, storie; e di qui un’infinita curiosità. Curiosità per quello che è stato o poteva essere. Curiosità che negli ultimi anni mi ha portato a fotografare tante di queste porte: le più “sgarruppate”, le più colorate, le più solitarie.

Odio la parola abbandono, ma spesso mi incuriosisce il perchè si preferisca abbandonare qualcosa piuttosto che salvarla, farla rivivere, darle una seconda possibilità. Di qui il passaggio dalla parola abbandono alla parola storia.

Qualche settimana fa ero a Superga. Ci sono arrivata con una cremagliera, alle tre del pomeriggio, in compagnia di un fotografo italiano e un inglese in giro per l’Italia alla scoperta delle “strade dei sassi”. Sono arrivata qui, davanti a questo palazzo.

#behindthedoor

Mi sono avvicinata, l’ho fotografato e me ne sono andata. Esattamente dopo 2 minuti sono tornata indietro, mi sono seduta su un muretto e sono rimasta ferma lì, al sole, per 20 minuti. L’ho fissato, e ho pensato un sacco. “What do you see behind the door?” mi ha urlato dall’alto il neo-amico inglese. Se gli avessi raccontato solo l’1% di quello che avevo “visto” dietro la porta mi avrebbe scambiato per una folle. Chiaramente ho evitato, per il bene di tutti!

Ho ritrovato questa foto ieri, mi sono tornate in mente tantissime cose, le parole “What do you see behind the door?”, e da qui la decisione di pubblicare tutte le mie porte, le mie finestre, i miei muri senza intonaco, i miei #behindthedoor. A volte scriverò quello che vedo dietro, a volte no, a volte non ci vedrò nulla, a volte il mondo, a volte vedrò un inizio, altre volte una fine. Chissà.

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