In principio, fu per un corso di giornalismo.
Qualche settimana non prevista di vita milanese, una vita a cui mi affezionai presto. La sveglia suonava alle 5.45, tutte le mattine dal lunedì al venerdì: di quelle sveglie ricordo le albe infuocate, la scelta di una cialda piuttosto che un’altra, la scia nell’androne di Flower by Kenzo. Attraversavo Milano con il n.90, “la paura” mi dicevano gli amici di giù. Si sa, la cabala è tutto.

Le mie prime volte a Milano

Milano è stata la mia prima lunga volta lontano da casa, l’inizio della mia indipendenza, l’affermazione di una passione che sapevo per certo sarebbe diventata lavoro. Nelle pause pranzo scoprivo il sushi Esselunga, a cena riuscivo a malapena a trovare la forza di improvvisare la solita, dannatamente veloce pasta al burro. Spesso, molto spesso, finivo col comprare delle fette di pane e l’affettare un salame. Spendevo ogni singolo euro in libri, mostre, shopping: a Bari non esisteva Lush, non esisteva Zara, non esisteva la Rinascente. Bari era lontana dalla Best in Europe di oggi, Milano invece… beh, Milano era già Milano.

Milano l’ho amata fin da subito. E fin da subito, tornando in Puglia, sapevo che mi sarebbe mancato quel tanto da fare, vedere, raccontare, a cui mi ero abituata così velocemente.

Di viaggio in viaggio, le belle scoperte sono diventate luoghi da cui ripassare, sapori da riassaggiare. Ancora e ancora.

Navigli_Milano

Comfort food a Milano

Sapori. Gioia e sollazzo dei miei primi 36 anni di vita. Sono partita dalla pasta al burro e da pane e salame, la mia cara, vecchia Milano. Il tempo non ha tolto nulla, anzi, ha aggiunto sempre e tanto. La mia Milano, oggi, ha il sapore orientale della Ravioleria Sarpi (Via Paolo Sarpi 27) e il retrogusto ambrato della palestinese Taybeh Beer, scoperta per caso alla Cooperativa La Liberazione (Via Lomellina 14), luogo mistico per i nostalgici nonché d’incontro per intellettuali, giornalisti, artisti e studenti impegnati. La Taybeh viene prodotta in un birrificio palestinese fondato nel 1994, nel villaggio di Taybeh, in Cisgiordania: l’averla trovata a Milano, durante un aperitivo pre-partenza, è stato quasi un segno. Di affinità, di amore o forse di entrambi.

La mia Milano oggi ha il sapore del vitello tonnato di Trippa, il tempio del buon vivere (Via Giorgio Vasari 1).

Milano è quel bicchiere di rosso a La Vineria (Via Casale 4), tra un arrosticino e l’altro, dopo ore passate tra carta e copertine molto più grandi di me. Il primo libro comprato a Libraccio è un caposaldo della mia vita: Dona Flor e i suoi due mariti, di Jorge Amado. Edizione ’77. L’ultimo è Il ritorno, di Hisham Matar, uno dei libri più intensi, sinceri e storicamente crudele scritti negli ultimi anni.

Tra tutto questo c’è Cascina Cuccagna (Via Cuccagna 2/4 angolo Via Muratori), non tanto per qualche particolare gioia del palato, quanto per quella abbondanza di verde attorno. Più che comfort food direi comfort place. Ci sono le panche in legno e c’è l’orto, uno dei miei più reconditi sogni; mi basta sentire l’odore del basilico o mangiare una lattuga appena raccolta per dare un senso alla parola ‘freschezza’.

ravioli_paolo_sarpi

Milano, il caffè Uganda e Piazza Lima

Tornerò a Milano a luglio, per il concerto dei Muse. Ho da provare un nuovo ristorante libanese e il caffè Uganda di Starbucks, al momento, secondo Report, uno dei pochi luoghi in Italia in cui bere un buon caffè. Per il mio hotel a Milano ho scelto Best Western Plus Hotel Galles di Piazza Lima, quella piazza in cui anni fa arrivai per un invito a cena fatto di hummus e cous cous. L’Hotel Galles, così come tutti quelli della catena Best Western, aderiscono al programma Stay for the Planet di LifeGate, promuovendo una gestione sostenibile e riducendo il proprio impatto ambientale. L’ho scelto per questo, l’ho scelto per Piazza Lima.

A proposito di ambiente: ho in programma la mostra “Il meraviglioso mondo della natura” allestita a Palazzo Reale fino al 14 luglio e “Broken Nature” in Triennale. Ad onor del vero ne ho in programma 5 ma a scegliere, come sempre, sarà la volontà di un attimo.

Questo racconto è iniziato più di 10 anni fa. 10 anni in cui il cibo mi ha legato a luoghi e persone, si è evoluto in profonde affinità, ha creato dipendenze. Ho letto che “una cena è quello che si dice, non quello che si mangia” e forse, in alcuni casi è davvero così. Ricordo con affetto quella pasta al burro perché condivisa con una giovane russa in pena d’amore, rincorro con ansia i ravioli di Via Sarpi per quella panchina che dividiamo in due, con una birra tra noi, da quasi 4 anni. Il comfort, spesso, va a braccetto con l’amore.

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