“Questo caffè è miracoloso per gli occhi”.
Nella mia giovane vita ho bevuto un’incalcolabile varietà e quantità di caffé, ma mai quello di touba, mai uno fatto su un fornellino in una stanzetta di lamiera adibita a drogheria da una parte e camera da letto dall’altra, mai uno nel bel mezzo di campi di grano e baracche.
Fatto sta che questa mattina mi sono svegliata con un orzaiolo di meno, quanto basta per gridare al miracolo e decidere di tornare al ghetto per dare un bel bacio in fronte all’uomo che mi ha iniziato al caffé senegalese.

Ghetto di Rignano Garganico.
Ghetto: “un’area nella quale persone considerate di un determinato retroterra etnico vivono in gruppo, volontariamente o forzosamente, in un regime di reclusione più o meno stretto”. Mai parola fu più azzeccata.
Quello di Rignano Garganico è a metà tra una favelas, Napoli nel culmine dell’emergenza rifiuti, un paese terremotato. Il tutto esattamente a 17 km dalla stazione di Foggia, Puglia, Italia.

17 km in cui non incroci uno (e dico uno) con lo stesso colore della tua pelle. Welcome to Africa. Peccato che “neanche in Africa esistono villaggi in cui si vive in queste condizioni”, parola di africano.
17 km di infinite distese di grano e papaveri che definire superlative è riduttivo. In lontananza sempre e per sempre le pale eoliche da cartolina.
17 km in cui incroci esattamente 4 auto e circa 20 biciclette scassate, arrugginite, in piedi per miracolo di Dio.
Ore 18, per molti schiavi dei campi la giornata di lavoro a 20-30 euro finisce qui. Ovviamente la parola schiavi non è buttata a casaccio.

A maggio in Puglia è tempo di carciofi. A dirlo è un ragazzo dal nome impronunciabile con noi in auto. Qui da 7 anni non conosce una mezza parola di italiano, ma il momento in cui da una Bmw fa lo sborone con i ragazzi di ritorno in bicicletta deridendoli come gli ultimi degli sfigati, è entrato di diritto nella top 10 dei momenti unici e irripetibili della mia vita.

Questo il ‘segnale’ di arrivo. Ghetto batte Napoli 1-0.

ghetto rignano garganico

All’ingresso un fumo che fa pensare un po’ a Jamaa el Fna, un po’ a Bari durante San Nicola. L’unica ragazza che vedo al campo è lì, a cucinare su una piastra enorme del pollo che sinceramente bastonerebbe in cottura e doratura quello cucinato da Cracco. Questa la prima ‘attività commerciale’ che vedo. Più avanti c’è chi vende scarpe di terza-quarta-quinta mano, anche spaiate, perché come insegnano i più grandi stilisti ‘la moda la fai tu’.

ghetto rignano garganico

E poi vestiti, unguenti miracolosi a 3 euro, bottega del caffé, fino ad arrivare a ‘la Coop sei tu’, ovvero all’uomo del caffé di touba. 2 euro e ho anch’io la mia bustina di caffé. Prezzi non proprio democratici, ma la storia insegna che chi ha il monopolio può permettersi questo e altro. D’altronde, o da lui o niente.

ghetto rignano garganico

Il tutto a terra, in baracche, camper, furgoni. Non ho ben capito il numero dei ‘residenti’, tra fissi e stagionali, ma in questo periodo sono migliaia.
C’è chi viene dal Senegal, chi dalla Costa d’Avorio, chi dalla Nigeria, e così via.
C’è chi parla italiano, chi non accocchia neanche 2 parole in croce nonostante sia qui da anni. C’è chi ti guarda come una persona dotata di senno guarderebbe Salvini, chi ti segue con lo sguardo in piedi su un furgone perché chissà cosa ci fai nel ‘suo territorio’, chi ti saluta a prescindere, chi ride perché vuoi assaggiare questo benedetto caffé di touba e decidi di farlo proprio qui.
Solo uomini e tra questi anche un ragazzino di circa 12 anni che da lontano mentre vado via mi ricorda l’esistenza del grandissimo Super Santos.
E poi lui, il Dio dei giochi. Dove c’è un biliardino c’è casa.
No luce, no acqua, no riscaldamento, no cucine, no bagni. Insomma, no.

ghetto rignano garganico

Questa è la vita migliore che spesso segue al famoso sbarco. Questo è quello che offriamo. Possiamo davvero esserne fieri.

Cercare le parole giuste è sempre un po’ l’incubo di chi scrive.
Rignano è un posto assurdo, in cui un numero impressionante di persone vive in condizioni inumane e nella più totale illegalità. Illegalità che però è diventata ‘legale’, ed è questa la vera follia. Tutti, ma proprio tutti, sanno.

Non sai con chi prendertela prima, se con i “caporali”, i capi bianchi o quelli neri, i proprietari delle terre su cui sorge il ghetto, chi è a capo della criminalità all’interno del campo, chi si fa pagare un posto letto per un materasso in mezzo al nulla, chi ha chiuso gli occhi per tanti troppi anni, chi ha permesso che la situazione arrivasse a questo punto. Sinceramente, non lo so. Posso sicuramente partire prendendomela con me stessa, che chissà quante volte ho comprato i pomodori dell’uomo che sfrutta l’altro uomo. Magari senza sapere, solo perché costavano 2 euro di meno, ma comunque l’ho fatto.

ghetto rignano garganico

Poi penso anche che questo posto assurdo per molti di loro diventa “casa”, nel vero senso della parola, quella in cui con una bicicletta mezza distrutta vuoi proprio tornare dopo una giornata di lavoro.
Penso a chi cerca di rendere questo posto più vivibile con 2 bagni chimici e una cisterna d’acqua; ai volontari che operano nel campo; a Fuad della Ciclofficina di Putignano che nelle prossime settimane insegnerà ad alcuni ragazzi del ghetto ad aggiustare le bici; al bollino etico “Equapulia” lanciato da Guglielmo Minervini e rilasciato alle aziende che dimostrano di non ricorrere al lavoro nero nella raccolta; ai tentativi fatti per annientare il ghetto non con una bomba atomica ma con una serie di iniziative che partono dal risanamento dell’economia e della legalità.

Uso queste vecchie parole di Minervini per dare un po’ di senso a tutto: “il vero punto cruciale riguarda le aziende di produzione. Occorre un lavoro di lunga lena per sostenere le aziende agricole a convincersi che la competizione si vince sulla qualità, anche etica, del prodotto e non sullo sfruttamento del lavoro. Abbiamo bisogno dei cittadini, abbiamo bisogno dei pugliesi, di un’indignazione che si trasforma in un comportamento.”

Si dice che il caffé di touba “stimoli la produzione di endorfine e sia quindi un antidepressivo naturale”. Tutto torna.

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  1. Bel reportage! Onestamente mi è venuta voglia di caffè di touba. Non che non mi sia rimasta la tristezza delle condizioni di vita che hai descritto, ma a rimanermi è quel sapore di cui ora avrei tanto bisogno

    • Tutto parte da quel caffé, da quell’aroma intenso e a quanto pare miracoloso… da quel giorno si è trasformato in una dipendenza, ormai è l’elemento immancabile della dispensa :) Suppongo di dover andare in Senegal ad onorarlo! Un abbraccio Roberta ^_^

  2. Bello ed interessante… come parte tutto da un caffè, come si descrive una situazione dentro e fuori da questa società… ma anche le riflessioni puntuali e attente…. continuerò a seguirti con piacere Roberta!! e quando migliorerò nella mia scrittura forse anche tu inizierai a seguirmi… Un abbraccio

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